Emma

Mia figlia ha distrutto tutto.
Per cosa, poi.
Io sapevo che non doveva nuotare, ma lei testona. Glielo dicevo e lei ci provava. Testona.
Non so perché fosse così. Testona. E adesso? Sono vecchia. E mia figlia non c’è più. E io che faccio? Ho la mia pensione. Sto qui. Aspetto. Non doveva nuotare. Glielo avevo detto. Ma lei, testona. Mi dica lei. Cosa devo fare. Aspetto. Glielo avevo detto. Testona.

Non me ne parli! Per carità! Che tragedia. Che bella famiglia che era. Stavano alla villa a mare, giù, al faro. Che belli, madonnnina mia, che belli. Guardi, mi creda, che belli. Felici, ricchi, che belli. Stavano alla villa a mare. Al faro. E poi quel giorno lei prende e va. A nuotare. Non lo sapeva nessuno che non sapesse nuotare. Abitano a villa a mare, al faro, e non sai nuotare. Ma vai ad abitare in montagna, dico io. Che belli che erano. E quei bambini. Picciriddi. Anche loro. Ma se vuoi imparare a nuotare vai da sola. Cosa ti porti i bambini. Non mi ci faccia pensare. Povero uomo. Ah, ma adesso si è fatto una vita nuova. Sta con una che conosceva da prima. Secondo me c’è qualcosa sotto, è per questo che è andata a nuotare. Però poteva andare da sola, che ti porti i picciriddi. Vai da sola. Vai in montagna, se non sai nuotare.

Avevo una ragazza. Una compagna. Una moglie.
Dico: avevo, perché è morta qualche anno fa.
Riesco a parlarne liberamente solo oggi, che l’inchiesta è stata chiusa e, camminando per strada, lo sguardo della gente non è più di sospetto ma solo più di compassione. Anzi, il cambio generazionale, nuove persone al posto di chi c’era, ai tempi, ha trasformato gli sguardi in indifferenza.In ignoranza.
E. era mia moglie. E non sapeva nuotare. Avevamo due bambini. Stavano iniziando a leggere e scrivere e disegnare e la mia meraviglia, tornando a casa dal lavoro, era vedere questo quadretto famigliare e stupirmene felice. Ma lei non sapeva nuotare. Neanche i piccoli. Mi ero promesso di insegnare loro a farlo. Ho rimandato, per mancanza di tempo, per orgoglio: ero convinto che la mia metà del cielo dovesse essere perfetta, non ammettevo, in cuor mio, che ci fosse una mancanza. Mi dava fastidio. In realtà pensavo che fosse capace di nuotare. Lo davo per scontato. Anche i bambini. Fanno vedere quei documentari, dove quei pesciolini d’uomo guizzano felici. Hanno sguazzato per nove mesi, come fanno a dimenticarlo?
E invece.
Quando ho scoperto che non sapeva nuotare mi sono infuriato. Mi sono sentito preso in giro. Tutto costruito su una bugia. Se mi menti su una cosa così importante, chissà cosa mi nascondi. Il dubbio si è insinuato. Ho distrutto tutto di loro, di lei. Basta. Via. Cancellato. Mi ha preso in giro, credevo sapesse nuotare.
E invece.
Riesco a parlarne solo oggi, dopo che con P. ho costruito una mia nuova dimensione. L’ho fatto a prezzo di chiudere e dimenticare una parte della mia vita. P. non sa cosa ho provato. Pensa, forse giustamente, che io abbia sofferto, sì. Che sia una cosa da cui si guarisce lentamente. Ma si è sempre messa su un piano tale per cui lei è più importante dei miei ricordi. Lei è la mia medicina, pensa. Tutto è il mio palliativo, penso.

La paziente E.D., coniugata S., presentava grave patologia da ricordo. Costretta in età preadolescenziale a nuotare da un compagno di scuola di poco maggiore d’età, si è ritrovata a condurre il nuoto, l’acqua, sempre a quel negativo ricordo. L’equilibrio mentale della paziente E.D., nonostante i suoi sforzi per rinnegare i precedenti, è semre stato inficiato dal ricordo sotterraneo della violenza subita, al punto tale di cercare inconsciamente di riprodurre la stessa situazione per combatterla e uscirne vittoriosa. Episodi saltuari o continuativi di serenità e felicità della paziente erano sempre minati dalla necessità di dimostrare quanto essa fosse forte e combattiva, al punto di riproporre l’episodio incriminato a scapito dell’equilibrio proprio e di chi le era accanto. Possiamo definire il tutto una ricerca del cattivo e la lotta contro egli. È mia ferma convinzione che mai questa lotta possa essere pari senza l’apporto e il supporto e l’empatia di chi è accanto a queste persone affette da questa sindrome.

Le posso dire che all’epoca dei fatti i sospetti si indirizzarono sul marito. Il mio istinto diceva così. Sono troppi anni che faccio questo mestiere e voglio sempre sentire le due campane. Anzi, le quattro campane. Le parlo al di fuori di verbali, ma non posso mettere da parte la divisa che indosso. Semper fidelis. La signora D. coniugata S., si sarebbe scoperto poi, durante gli interrogatori, non sapeva nuotare. E il coniuge, il signor S., ne faceva questione di puntiglio. Abbiamo rintracciato anche un compagno di scuola della signora D. in S., tal E. F., che all’epoca degli studi medi inferiori costrinse la signora E. D. in S. a nuotare. Con la mia esperienza posso dirle che nella mente di E. D. il tutto aveva il sapore della goliardia. Aveva scommesso con compagni di scuola che avrebbe fatto nuotare E. D., all’epoca ovviamente non coniugata S. e la portò alla piscina comunale del quartiere. La blandì, all’inizio, dicendole che sarebbe stata una cosa piacevole. E. D. non sapeva di cosa parlasse, non aveva mai provato prima. Quando si immerse si spaventò al punto di ribellarsi e a quel punto E. F. la costrinse con violenza a immergersi. Una volta fatto ciò, la lasciò a galleggiare. Non c’era nessuno, nessuno prestò aiuto. Ed E.D. non chiese aiuto, educata a combattere da sola. Ecco, mi creda, le parlo al di fuori da questa divisa: vorrei poter arrestare tal E. F. e fargli pagare tutto. Ma non posso. Hanno approvato da poco un decreto legge che estende la prescrizione a questo tipo di reati.

Mi aveva chiesto aiuto. Era in spiaggia, mi ha telefonato. Aiuto, mi dice. Io le rispondo che deve essere forte e che non deve fare una cosa che non le va. Che non deve dimostrare nulla a nessuno. Che lei è forte. Che è una bella persona. Che non si merita tutto questo. Le ho detto: vai via da quella spiaggia, torna a casa, fatti una maschera di bellezza. Curati, amati. Non è necessario lottare così. Se tuo marito non si accorge perché lo fai, lascia stare. Evita. Ma lei, niente. Sapevo che ci avrebbe provato. Poi, le cose di tutti i giorni, insomma, chi non ha un’amica in crisi che ti tempesta di richieste, ti chiede opinioni, consigli? Un po’ le stai dietro, tiri fuori tutto, ma alla fine ci hai la tua vita. Hai da preparare il pranzo, sistemare casa. E poi io le dicevo, guarda che c’è qualcosa sotto. Amati così ti preservi. Ma lei niente. Ho messo giù il telefono, che mi bruciava l’arrosto.

Sì, son stato due anni con E., prima che conoscesse suo marito. Minchia, glielo ho presentato io! Ero pure un po’ geloso, ma io sono per l’amore totale tra tutti, e mi sono accorto subito che scambiavo possesso per amore. Era troppo felice e mi son fatto da parte. Amici no, non siamo rimasti, un po’ di sofferenza c’era sempre, e allora ho tagliato i ponti. Minchia, glielo ho presentato io! E con ’sta storia del nuotare. Che palle che era. Ma se non sai nuotare, chissenefrega. È un tuo difetto, okay, chi non li ha? Guardi, io non riesco a smettere di mangiare patatine fritte. Un sacchetto a sera, mi faccio. E allora? Mi ami, prendi in blocco tutto, anche le patatine che mi sparo la sera davanti alla tv. E che sarà mai. Non sai nuotare e non lo fai perché mi ami. Ma che stronzata, le ho detto. Se non sai nuotare non nuoti. E che, siamo sul pianeta perfection? Madonna mia. Un po’ di amore, dico io. Un po’ di pazienza. Se mi ami accetti le mie patatine e io pian piano smetto di mangiarle, che so quanto ti dia fastidio. E che sarà mai. In amore si fan passi da tutte le direzioni, mica solo da uno. Solo che suo marito, e glielo ho presentato io! Solo che suo marito, dicevo, gli stava sulle palle che lei non sapesse nuotare. Anzi, manco lo sapeva, credeva che lei sapesse. E lei si vergognava di ’sta cosa, lo so, la conosco. Senta, può scrivere che ho un vernissage la prossima settimana? Ho fatto anche un quadro, una marina, ci sono tre paia di sandaletti sulla spiaggia, abbandonati affianco a una borsa a tracolla. È molto bello. L’ho dipinto pensando a E. Riesco a venderlo bene, mi sa.

Eravamo amici da oltre vent’anni. Ci sentivamo quasi tutte le mattine, per un buongiorno. Niente di sessuale o di amoroso, per carità: entrambi con la propria vita, ma con questo appuntamento. Sa che è vero che si può essere amici, tra uomini e donne? Mi creda: io ed E. ne eravamo la prova.
Era così felice. Mai vista così serena. Sapevo che non nuotava, non ne avevamo mai parlato apertamente, ma lo sapevo. Abbiamo questa mentalità, qui: rispettare cosa non ti dicono, aspettare cosa non ti dicono. Non inficia minimamente la nostra visuale d’insieme. Non sai nuotare? Pazienza. Vent’anni di amicizia. Mi avesse chiesto consiglio, prima di fare. Ma lei era così, rischiava di suo. Il problema, secondo me, è la persona per cui rischi. Se è davvero la tua metà, e non solo una tua convinzione, allora rischi. Lo fai. Ma se c’è invece qualcosa di strano, di sotterraneo, se la tua metà in realtà è la metà di se stesso o di altre persone, allora no. Lascia perdere. Sii scaltra. Sii evasiva. Lascia perdere. Impara a gestire le situazioni. Non fare. Porcamadon, mi scusi, maledizione, non farlo, non farlo, e invece no, lei no, lo ha fatto, lo ha fatto, e quel coglione si è arrabbiato, perché lei è andata a nuotare, ma chi si crede di essere? Ma come si permette? Fa l’offeso perché è andata a nuotare e senza chiedergli il permesso! Mavaffanculo, mi scusi, mavaffanculo, brutto bastardo, ti ha chiesto aiuto, si è aperta, si è fidata, e tu l’hai lasciata affogare. Bastardo. Se lo prendo lo ammazzo, le giuro. Lo ammazzo.

Si sta bene qui, sai? È tutto blu. C’è silenzio. Silenzio liquido. Sembra, non so, sembra. Ma sto bene, giuro! Sto bene! Ci ho i miei giochi: il maialino di gomma, l’ippopotamino, si è un po’ bagnato l’orsetto, ma poi tu lo asciughi quando torniamo a casa. Ah, guarda! Ho imparato a nuotare! Sono bravissimo! Però adesso vado, vado a chiamare mamma e mia sorella, che ho visto ci sono i delfini. Andiamo fino da loro e poi torniamo a casa.

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