Englishman In Travaj

“Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.”

Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po’ sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a me, sul marciapiede, che non mi lascia svicolare e camminare libero di contare i blocchetti di klinker.

Al martedì ho parcheggiato ripetendo al cruscotto della mia auto che “Non s’abbia diritto del dolore né inflitto né infitto” e la mia mano sul pomolo del cambio s’è rincagnata con inglese aplòmb.

Al mercoledì Claudia mi ha mandato affanculo che le pareva di stare con il giardiniere di Sherlock Holmes.

Che vita dura, che vita grama, neanche la libertà di poggiarmi i palmi sulle reni e sospirare con una stanchezza che raramente ho provato così forte.

Io vorrei avere di nuovo diciassette anni.
A Settembre ero in corso Venezia e stavo per girare in via Valprato, dirigendomi al lavoro. Erano le mie prime ferie, era da Febbraio che stavo in quella fabbrica di vernici, imparavo un mestiere, certo, e anche quali tram prendere per la visita medica del lavoro minorile.
Appena girato l’angolo a curva, con di fronte l’inizio dei Docks e le ferrovie che correvano velocissime tra le sterpaglie, ho sentito il riposo.
Era una semplice mattina, il dodici mi aveva abbandonato come sempre davanti a Susa, ai piedi del tabarin dove Buscaglione si divertiva, la salita che segnava i davanzali delle vetrate della concessionaria Citroën, fino al tabacchino e il pilone malconcio del ponte, coi ferri dipinti di grigio ral 7001. Era una mattina normale, un lunedì, e io sentivo il riposo. Ero riposato.

Non mi sarebbe mai più accaduto, non credo mi accadrà di nuovo.

Per questo motivo m’atteggio a vecchio, a insigne anziano, mi motteggio e mi ripeto, mi piazzo davanti allo specchio e mi dico frasi che sanno di biscotti vecchi.

Perché sono stanco e non ho niente da fare.

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