Her Morning Wake Up

Credevo non esistesse più, per me, la Situazione Tristezza, invece questa mattina alle sette l’ho provata di nuovo, dopo anni.
La Situazione Tristezza, per sua natura, dovrebbe essere uno stato d’animo così accartocciante, così debilitante da temerne il nome stesso, come se a evocarla s’avverasse in un battibaleno.
Invece la Situazione Tristezza è l’equivalente dello schiacciarsi un brufolo: sai che farà male, sai che andrai in giro con un bubbone di carne viva prima e un crostone dopo, ma lo schiacci lo stesso.

La mia Situazione Tristezza, anche detta Brufololand, agli inizi della mia vita si chiamava Daniela e aveva circa sette anni. Non starò a rivangare ricordi vecchi di trent’anni, basti sapere che gente prima di me ci aveva fatto una fortuna in libreria, scrivendone.

Nel corso del tempo ho avuto molte altre Situazioni Tristezza, facendomi capire che essa è strettamente collegata a una cosa in particolare: non la morte di una persona cara, non una malattia o un rovescio finanziario, ma sempre ed esclusivamente la scoperta che chi è in realtà non è.

Daniela, Marina, Anna, Lucia, Enrica e molte, molte altre: invariabilmente andavo a caccia di loro bugie e difetti, scavando e incaponendomi per trovarli e rinfacciarli loro. E, quando li trovavo, si compiva il piccolo miracolo: la Situazione Tristezza si insinuava, facendomi sedere sul divano, abbarbicandomi al pacchetto di sigarette, in una lunga sega che si concludeva nella goduria della mestizia finale.
Mi ha tradito, mi detto una bugia, ne aveva un altro, mi ha spedito l’sms destinato a quello là per farmi sapere della sua presenza. Un parossismo della cattiveria o, meglio, della pochezza umana.

Mi son sempre chiesto se io fossi o un cretino oppure un esemplare rarissimo. Di quegli uomini che, se stanno con una donna, bon, terminé, c’è solo lei. Almeno fino all’arrivo di una nuova, al che il piccolo periodo di bigamia è dovuto a necessità e non alla voglia. C’è Daniela? C’è solo Daniela. Arriva Marina? Via Daniela, esiste solo Marina. E avanti di questo passo, come un tubo di dentifricio a pressione, che premi lo stantuffo alla base ed esce la pasta colorata e mentolata. Il dentifricio che viene fuori lo usi, il suo posto viene preso dallo stantuffo.

Fino al giorno che il tubo è quasi vuoto, dai l’ultima premuta e ti rimane solo più la base di plastica.
Finito il dentifricio. I tuoi denti lavati con lo spazzolino quasi secco si chiamano Claudia.

Claudia, con una situazione particolare. Un fidanzato residente in un’altra città, che porta in casa per le feste comandate, le ferie e un week end al mese circa, la telefonata canonica a determinata ora. Mi sta bene tutto, accetto tutto, anche che mi dica: No, che, scherzi? Mica ci scopo, io. Viene qui ma mica ci scopo. Si installa in casa mia per settimane, ma mica ci scopo. No, no.

Io, agli inizi, non le credevo.
Poi ci ho voluto credere.
Poi le ho creduto.

Infine ho capito.

Aspettavo la Situazione Tristezza.

Perché solo un cretino oppure una donna potevano credere a queste affermazioni, dette all’inizio per mantenere l’alone di magia e poi mantenute perché anche la più piccola delle bugie ha bisogno di esser alimentate dalla verità della loro esistenza.

E io ero, sono, un cretino e, a questo punto, anche donna dentro. Perché lo so che son un mucchio di fregnacce, che nessuno dotato di un po’ di logica e intelligenza ci crederebbe, a Claudia, che quando il suo fidanzato ufficiale va a trovarla stiano lì a guardare i pelouches di lei bambina ben ordinati sullo scaffale della sua libreria. E uno con un po’ di logica e intelligenza le direbbe: Claudia, amore mio, è probabile che tu non ci abbia fatto l’amore, alcune volte, ma solo perché avevi il ciclo e dopo due anni di fidanzamento ufficiale non hai più bisogno di crederti Erica Jong e di imbrattare pure il soffitto in un impeto di pornografia. Ma, vedi, Claudia, amore mio: non sono arrabbiato perché ci hai fatto sesso, amore e tutto quel che comporta. Io mi incazzo per la bugia. Per me puoi anche mostrarmi la tessera di un club privé per scambisti, non mi arrabbio. Mi arrabbio, invece, se ti trovo per sbaglio nel portafogli la tessera, ben nascosta tra la fidaty e la card del benzinaio. Non è il cosa. È l’altro al posto del cosa. È il fatto che io mi ammazzi di seghe pensando a te, solo a te, e tu ammazzi di seghe anche altri, ma dicendomi che ci sono solo io. Che ci fai passare per prete e perpetua. Per il fiore e l’ape.

Dimmelo, dimmi la verità. Ti perdonerei all’istante. Ti amerei ancora di più, per la tua debolezza o per la tua necessità d’essere umana.
Forse, a lungo andare, considererei il tutto uno stato di necessità, dovuto al nostro evolverci assieme.
Forse. Forse capirei che la tua era paura di perdermi. Snza il forse: ti perdonerei all’istante, trascorsi cinque minuti di incazzatura dimenticherei la fidaty, la card della benzina, il prete.

Stamattina, alle sette, mi sono accorto che il rubinetto del lavandino in cucina gocciola.
E neppure tanto discretamente: fa un gran casino. Come se volesse scavare il lavandino a cercare chissà cosa. Oppure a farci l’amore.
Ho bevuto il mio solito caffè, mi sono appoggiato al piano cottura, ho fumato così la prima sigaretta della giornata: in piedi, ascoltando rubinetto e lavandino fare l’amore costanti e infiniti, e mi sono accartocciato dentro a godermi la Situazione Tristezza in tutto il suo splendore.

Poi, Claudia è entrata in cucina, mi ha baciato e mi ha chiesto se volessi un altro caffè.
Prima del mio sì già stava mettendo le nostre due tazzine affiancate, un cucchiaino abbondante per me, un po’ di meno per lei.

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