La Giornata di una Scrutatrice [da scrivere in palermitano]

“Non capisco” disse alla fruttivendola, abbassando le spalle. Indicò le peschenoci, perché quelle normali le sembravano troppo acerbe. Nella mano aveva un biglietto da dieci euro, attese il resto e il sacchetto di plastica azzurra.
Non capisco, ormai era la frase che più l’accompagnava durante il giorno, e anche la sera e la notte, da qualche tempo.
Non capisco: sul pullman, dopo la risposta al suo chiedere se la fermata sua fosse la prossima. Non capisco: al mercato, al supermercato, all’ipermercato, al mercatino delle pulci la terza domenica del mese.
Poi, tornava a casa, posava la spesa sul tavolo, si stropicciava gli occhi bruciandoseli dello sporco rimasto sui palmi delle mani dopo una giornata passata a far nulla.

Perché il problema del Non Capisco era secondario, rispetto al Non Ho Niente Da Fare: avendo venduto l’alloggio, su al nord, dopo il divorzio, poteva vivere di rendita e cercarsi un lavoro con tutta calma. Un lavoro che coprisse le spese vive e non le lasciasse le giornate vuote da impegni.

Perché il problema del Ho Un Sacco Di Tempo Libero era principale rispetto al Non Ho niente da Fare e metteva in cantina, decisamente, il Non Capisco. Essendosi trasferita a Palermo così, d’impulso, guardando i muri barocchi e sbreccati delle foto su internet, attirata anche dai bassi prezzi e la fervente attività culturale dell’isola, città per città aveva comperato un bell’alloggio nel centro storico, una macchina di seconda mano ed era arrivata anni prima seguita da un camion contenente vestiti e libri. E aveva scoperto che è semplice ricominciare, se solo se ne ha voglia.

Perché il Se Solo Ne Avessi Voglia era preponderante sull’Ho Un Sacco Di Tempo Libero, rendeva puerile il Non Ho Niente Da Fare e dava diverse sfaccettature al Non Capisco: se solo ne avesse avuto voglia avrebbe compreso e capito meglio le persone che le camminavano attorno durante il giorno, la sera no ché va bene l’avventura ma non andiamo a cercarci grane.

Il Andiamo A Cercarci Grane raggiunse la summa quando, una sera, davanti al telegiornale, cenando sul divano col piatto poggiato su un vassoio tenuto in bilico sulle proprie ginocchia disse tranquilla che lì non ci stava bene, che lì con lui non ci stava bene, e senti, ascolta, siamo ancora giovani, che ne dici? È un po’ come fare un figlio, anzi, persino più impegnativo, perché un figlio lo vedremmo crescere e qua con questo lasciarci e non sapere come sarebbe stato ci faremo i conti.

Farci I Conti, in effetti, era il rendiconto della giornata, dopo che l’Andiamo A Cercarci Grane s’era affievolito nella lamentela del Non Ho Niente Da Fare in mezzo al vuoto dell’Ho Un Sacco Di Tempo Libero speso a dire Non Capisco. Fare i conti con linguaggi e usi diversi, stupirsi che allo stesso orario di su al nord ci fosse il telegiornale, chiamare la brioche con altri nomi e cucinare con condimenti diversi i cui odori sentiva salire dalle finestre aperte sul cortile del palazzo dove abitava, fare i conti con l’aver chiuso un capitolo della sua vita, fare i conti con tutto.

Fare I Conti con la pezza di conto della fruttivendola le fece vedere che era stata gentile, le aveva scritto: “signo’, s’un sa fira a parrari, mi facissi taliare chì rita”.

Sorrise, in milanese.

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