Shame On U

La parola vergogna credo abbia origine in una nuvola fatta a forma di cavolfiore.
Il cavolfiore sopra è bello a vedersi, con una sua sofficità a esplodere in allegria e risate.
Ma sotto, sotto l’eleganza delle foglie verdi che racchiudono lo spumone, è duro e a contatto con la terra. Contadino.
E se ci premi le dita, sui tocchi del sopra, questi si sgretolano come polistirolo umido.

La parola vergogna viene usata e abusata in contesti che poco han a fare con la vergogna stessa.
Il politico tal dei tali dovrebbe vergognarsi; quella donnaccia è senza vergogna; questo bambino chiede senza vergogna. Nella quasi totalità degli intenti, la vergogna viene affibbiata come aggettivo di comportamenti umani. Magari poco sociali, ma umani.
Rubare. Erotizzare. Mentire.

Vergogna è un modo di vivere che impariamo a padroneggiare e associamo alle guance arrossate, al senso di vertigine, al sudore improvviso quando ci dimentichiamo di vergognarsi.

Mi vergogno di ruttare in pubblico; mi vergogno di farmi fare un pompino al cinema; mi vergogno di far rumore quando defeco. Questi gli esempi più tout court a cui pensare.

Ma: se mangio il riflusso e i movimenti del mio apparato digerente mi faranno piantare un abracadabra nel bel mezzo del pranzo di compleanno di mia suocera.  Se è buio, nella sala, e ho voglia di provare un cliché pornografico, afferro speranzoso per i capelli mia moglie. Se vado in bagno dieci a uno che scoreggio. Come le mucche. Né più, né meno. L’unica cosa che mi differenzia dalle mucche è che loro al cinema non ci vanno.

Vergogna. Si vergogni. Che vergogna.
Di cosa, benedetto iddìo? Sono carne e aria e liquido. L’unica cosa di cui provo vergogna son le parole. I gesti inconsulti verbali con cui faccio del male. E più questi son involontari, son incidenti di percorso nel conoscere chi mi sta davanti, più mi vergogno.

Se almeno lo facessi apposta. Se minimamente fossi così stronzo da parlar con intento.

Le parole sono la mia vergogna.
Io non dico mai petto. Faccio giri da circo pur di evitare quella parola. Cassa toracica, sterno, massa muscolare rivestente costole e qualche organo. Io non lo dico. Non ci riesco. Mi vergogno.
E se vado in bagno allago il pavimento aprendo tutti i rubinetti, pur di non farmi sentire anche solo lavare i denti.
Perché mi vergogno.
Più mi vergogno, mi vergogno.

Dida è una vecchia amica di famiglia. Di lei e suo marito ho ricordi frammezzati: il soggiorno bianco con la moquette panna. La A112 con cui mi portarono loro a Nizza, un fine settimana, ché i miei erano andati lì già dalla sera prima. Le sue tette.

Si spogliò in fretta, un pomeriggio, noncurante io fossi lì seduto sul letto a leggere un libro. Ai miei occhi strabuzzati rispose con una risata.

Da allora provo disagio, vergogna a vedere una donna che si toglie il reggiseno all’improvviso, gesto quotidiano, i polsi si piegano dietro alla schiena, lo sterno si sporge e le costole affinano la pelle sopra la pancia.
Tlà-k.
Le spalline scivolano giù e il seno si libera, senza erotismo, senza malizia, è una gabbia di tessuto tolta per far posto a un’altra uguale nella forma e diversa nella foggia.

Provo disagio. Provo vergogna. Provavo disagio. Provavo vergogna.
Fino a quando, ieri, Claudia ha fatto la stessa cosa.
Tlà-k.
E ho visto la bellezza della normalità.

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